Fare rifornimento durante il viaggio può costare fino a 20 centesimi al litro in più. Tra tasse di concessione e assenza di concorrenza, ecco perché il risparmio è fuori dal casello.

Chi viaggia sulle autostrade italiane lo sa: il prezzo del carburante è sempre più alto rispetto alla rete urbana. Secondo le indagini più recenti, il divario può raggiungere l’11%, con punte di 10 euro di differenza per un singolo pieno da 50 litri. Ma non si tratta di pura speculazione: i motivi sono strutturali.

Le Royalties: il socio “occulto”

Il fattore principale sono le royalties. I distributori in autostrada operano in subconcessione: devono cioè pagare una percentuale del loro fatturato (mediamente il 20%, con picchi del 40%) alla società che gestisce l’autostrada. È una sorta di affitto altissimo che ricade inevitabilmente sul prezzo finale al litro.

Costi fissi e concorrenza

A pesare sono anche i costi di gestione: un’area di servizio deve garantire personale e operatività 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Inoltre, la logistica per rifornire le stazioni autostradali è più complessa. Infine, la “concorrenza geografica” è nulla: una volta in viaggio, l’automobilista è costretto a fermarsi nell’area di servizio che incontra, eliminando lo stimolo per i gestori ad abbassare i prezzi.

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