L’idea di installare pannelli fotovoltaici esclusivamente su tetti e parcheggi per “salvare il suolo” appare, a prima vista, del tutto sensata. Tuttavia, fermarsi a questo tipo di narrazione nasconde un’analisi parziale della realtà.

Mentre l’Europa accelera sul fronte della transizione energetica, la demonizzazione del solare utility-scale a terra rischia di rallentare la decarbonizzazione nazionale e mantenere artificialmente alte le bollette di famiglie e imprese.

Mettiamo da parte gli slogan ed esaminiamo i dati reali e l’impatto economico delle diverse soluzioni.

Sottrazione di terreno? I dati che smentiscono l’allarme

I numeri descrivono una realtà ben diversa rispetto all’allarmismo diffuso:

  1. Occupazione di suolo inferiore allo 0,1%: in Europa, gli impianti solari occupano una frazione del tutto irrisoria del territorio, a fronte del 70% di terreni destinati alle colture per mangimi animali e del 4% per i biocarburanti. Anche raggiungendo tutti gli obiettivi fissati per il 2030, la superficie occupata dal solare rimarrà ben sotto l’1%.
  2. Rigenerazione del microbioma e rigoverno del suolo: circa il 60% dei terreni agricoli europei versa in cattive condizioni a causa dell’agricoltura intensiva e dei pesticidi. L’installazione di un campo solare offre una pausa biologica fondamentale, riducendo l’evapotraspirazione dell’acqua e permettendo al microbioma del terreno di ripristinarsi.
  3. Presidio di biodiversità: in assenza di chimica aggressiva, gli impianti a terra diventano vere oasi per la vegetazione spontanea e gli insetti impollinatori, arrivando a ospitare fino a 3 volte la popolazione di uccelli rispetto a un campo coltivato tradizionalmente.

Perché gli impianti a terra sono indispensabili per la competitività

Limitarsi ai soli parcheggi o tetti presenta un ostacolo di natura economica che si riflette direttamente sul costo dell’energia elettrica:

  1. Costi di realizzazione nettamente inferiori: un impianto utility-scale a terra presenta costi di realizzazione pari alla metà rispetto a un impianto su tetto e a circa un terzo rispetto alle strutture elevate sui parcheggi o all’agrivoltaico complesso.
  2. Il modello della Spagna: grazie a oltre l’80% di potenza solare da impianti a terra, la Spagna garantisce i prezzi dell’energia all’ingrosso tra i più bassi d’Europa. L’Italia, ferma a una quota del 30% circa, paga ancora lo scotto di costi energetici elevati.
  3. Il rischio di investimenti poco efficienti: imporre il solare unicamente su infrastrutture onerose come i parcheggi significa deviare capitali e rallentare la dismissione degli impianti termoelettrici inquinanti e costosi.

Generazione distribuita e grandi impianti: tessere dello stesso mosaico

Installazioni su tetti, pensiline nei parcheggi, sistemi agrivoltaici e impianti a terra di grande taglia non sono opzioni in competizione tra loro, ma componenti complementari della medesima strategia di indipendenza energetica.

Avvicinare la produzione ai punti di consumo (generazione distribuita) è fondamentale per ridurre le perdite di rete e creare occupazione a livello locale. Tuttavia, per abbattere strutturalmente il costo dell’energia sul mercato nazionale, l’Italia non può permettersi di rinunciare agli impianti utility-scale a terra.

La transizione energetica necessita di pragmatismo, pianificazione strategica e decisioni basate su evidenze scientifiche ed economiche.

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